Madonna Povertà

I poveri… sono una questione familiare. Sono dei nostri

Meditazione tenuta per la giornata regionale del clero 2026

di Mons. Ivano Valagussa

Introduzione

A voi Vescovi, Presbiteri, persone consacrate e diaconi, rivolgo il mio saluto e il mio ringraziamento per questo invito a condividere con voi questo ritiro spirituale. Saremo discepoli in ascolto della parola del Signore e con il desiderio di conversione che questo tempo di Quaresima ci richiama. Iniziare insieme come presbiterio e clero questo tempo forte dello Spirito è un dono. Dio Padre, ricco di misericordia, ci offre oggi l’opportunità di essere raccolti in unità in questo Santuario mariano di Loreto per vivere gesti di fede: il silenzio e l’ascolto, la riflessione e il dialogo della preghiera, il confronto spirituale e fraterno, il coraggio di scelte nella docilità all’azione dello Spirito. Anch’io vengo da un appuntamento analogo a questo: la celebrazione penitenziale in Duomo di tutto il clero. E’ uno degli incontri più sentiti da preti e diaconi della Diocesi e che plasmano le relazioni del presbiterio e che offrono testimonianza a tutto il popolo di Dio. Sia anche questo appuntamento un dono per la qualità di vita spirituale e la comunione di tutto il clero; e questo dono sia a servizio della santità del popolo di Dio.

Il tema che affronteremo insieme è quello del ministero ordinato e la povertà. Un nesso molto caro a papa Francesco e ripreso anche da papa Leone nella sua Esortazione apostolica “Dilexit te”. Il Magistero della Chiesa ha sempre parlato di povertà nel ministero ordinato. Anche nel Concilio Vaticano II si è toccato questo nesso che è imprescindibile perché la povertà tocca “il mistero intimo e personale di Cristo”. Vi leggo ciò che scriveva il card. Lercaro su Servizio presbiterale e povertà:

“la situazione dei poveri secondo il vangelo e la pratica cristiana della povertà non riguardano solo il comportamento morale del cristiano e della chiesa, ma toccano il mistero intimo e personale del Cristo: cioè non costituiscono un aspetto, sia pure sublime, di morale e di filantropia, ma un momento essenziale della rivelazione di Cristo su se stesso, una parte centrale della cristologia”.

Il nesso profondo tra ministero e povertà sta nel legame tra povertà e sequela. Poiché il ministero prende forma dalla sequela di Cristo, ogni ministro ordinato impara che solo come povero può vivere il suo servizio nella Chiesa, nel popolo di Dio.

Ma entriamo in questo mistero della persona di Cristo Gesù attraverso un primo passo di riflessione che ci viene indicato da san Paolo

  1. Da ricco che era, si fece povero per voi

«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si fece povero per voi» (2Cor 8,9).

Lettera ai Filippesi di Paolo (Fil 2-5,11): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce».

Questa parola di Dio diventa per noi una bussola che ci aiuta nell’orientamento. Parlare di povertà cristiana significa fare riferimento a Gesù Cristo.

La povertà cristiana non nasce da un ideale ascetico, ma da un incontro che cambia la vita e la orienta (papa Leone nella sua Lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro” e citazione di papa Benedetto XVI). E’ l’incontro con Colui che è il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che nel prendere dimora in mezzo a noi si fa povero, si abbassa, si svuota!

Sbaglieremmo però, se considerassimo la povertà di Gesù solo secondo un aspetto materiale o di potere; perché in realtà la povertà vera e profonda è la povertà di sé, la rinuncia a se stesso e l’abbandono totale nelle mani del Padre. La volontà di Gesù è affidata completamente a quella del Padre, al punto che Egli vuole ciò che vuole il Padre.

È dunque una povertà teologica – spirituale prima che morale. È partecipazione al movimento del Figlio verso il Padre e verso i fratelli.

Dilexit Te ci ricorda che seguire Cristo povero significa entrare nella logica del dono totale (cf. n. 67). Non si tratta di ridurre, ma di consegnare. Non di impoverire, ma di amare fino in fondo.

Francesco d’Assisi comprese questo. “Madonna Povertà” non fu per lui un simbolo romantico, ma la forma concreta di appartenenza a Cristo. Così leggiamo ne la “Leggendo dei tre compagni”

  • Tornato che fu dunque ad Assisi, dopo alcuni giorni, i suoi amici lo elessero una sera loro signore, perché organizzasse il trattenimento a suo piacere. Egli fece allestire, come tante altre volte, una cena sontuosa.

Terminato il banchetto, uscirono da casa. Gli amici gli camminavano innanzi; lui, tenendo in mano una specie di scettro, veniva per ultimo, ma invece di cantare, era assorto nelle sue riflessioni.

D’improvviso, il Signore lo visitò, e n’ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi né parlare […].

Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto così lontano, lo raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo mutato quasi in un altro uomo. Lo interrogarono: “A cosa stavi pensando, che non ci hai seguiti? Almanaccavi forse di prender moglie?”. Rispose con slancio: “E’ vero. Stavo sognando di prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella che mai abbiate visto”. I compagni si misero a ridere. Francesco disse questo non di sua iniziativa ma ispirato da Dio. E in verità la sua sposa fu la vita religiosa, resa più nobile e ricca e bella dalla povertà.

Una appartenenza a Cristo che plasma tutte le altre relazioni: quella con il Padre che sta nei cieli e quella con gli altri come fratelli e sorelle. Interessante è anche il racconto della spogliazione di Francesco davanti al Vescovo. Non fu ribellione, ma affidamento al Padre nei cieli e immersione nella Chiesa, in relazioni nuove di fraternità.

Domanda: Quali tratti del mio ministero richiedono di essere letti e compresi alla luce di Colui che “da ricco che era, si è fatto povero per voi”? Veramente il Signore Gesù è il riferimento fondamentale per vivere il mio ministero?

Abbiamo dunque visto il fondamento della povertà per ogni discepolo di Cristo e anche per noi ministri ordinati. Proviamo ora ad approfondire questa nostra forma specifica di povertà.

2. Povertà apostolica: lasciare tutto per seguire il Signore Gesù

Ci lasciamo aiutare da un brano del Vangelo secondo Luca, quello di Lc 5, 1-11. La povertà evangelica è una scelta libera dentro una chiamata. Non è privazione sterile, ma risposta a una voce, quella del Maestro e Signore Gesù, che è entrato nella vita di questi pescatori, è salito sulla loro barca e nell’ascolto della sua parola hanno dato poi fiducia alla sua richiesta curiosa e imbarazzante, quella di “prendere il lago e di calare le reti”. E Simon Pietro a nome di tutti ha acconsentito a questa richiesta andando contro la loro esperienza di pescatori e fidandosi unicamente del suo comando. “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti” (v. 5). In questo incontro di apertura di fiducia e di stupore per l’esperienza della potenza della sua parola, Simone viene raggiunto dalla chiamata di Gesù. Una chiamata irresistibile per tutti!

«Lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,1-11)

Nel racconto della pesca miracolosa, Gesù non chiede anzitutto a Pietro di distribuire il pesce ai poveri. Chiede qualcosa di più radicale: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini».

Cosa significa questa espressione? Si potrebbe dire che la chiamata di Gesù a seguirlo contiene una trasformazione di vita. Si tratta di un passaggio da pescare pesci (che morendo servono la vita dell’uomo) a “pescare uomini” (che estratti dall’abisso del male vengono restituiti alla vita). C’è dunque una promessa di fecondità, di generatività di vita. Il termine greco che Gesù usa in Luca 5,10 è straordinario e racchiude tutto il senso della fecondità cristiana: ζωγρέω (zōgrein). A differenza del verbo comune per “pescare” (halieuein), che significa catturare per mangiare (e quindi dare la morte), zōgrein è un verbo composto da: ζωός (zoós): vivo e ἀγρεύω (agreúō): catturare/prendere. Letteralmente significa “prendere vivi” o “catturare per la vita.

Da questa chiamata – missione comprendiamo non solo la conclusione del brano: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono», ma anche il valore di questo lasciare tutto!

Questi uomini erano pescatori; non erano miserabili. Avevano barche e reti. Avevano un mestiere che sapevano svolgere con esperienza (professionalità), responsabilità e costanza. La scelta di lasciare tutto questo nasce da una parola che li ha pescati per la vita! Gesù stesso ha gettato la sua rete e a tratto a sé questi uomini per una vita piena che li trasforma e li rende “pescatori di uomini”.

La povertà di questi apostoli sta nel riconoscere di essere peccatori tirati fuori da una condizione di morte. Sta nello stupore di ricevere vita piena e di essere associati alla missione stessa del Maestro e Signore Gesù Cristo.

La povertà del ministro ordinato sta nel lasciare tutto per partecipare alla missione di Cristo. La sua chiamata realizza un legame stabile con lui: “Gesù ne costituì Dodici perché stessero con lui, e per mandarli a predicare” (Mc 3,15). La povertà è dunque relativa anzitutto a un ministero che non scade in una deriva funzionalista o pastoralista, perché coltiva il primato dello stare con Gesù Cristo e nel partecipare alla sua missione che continua attraverso il suo corpo, che è la Chiesa.

Si potrebbe dire che la povertà di ogni ministro ordinato è anzitutto una beatitudine: “beati i poveri in spirito”. Una condizione di chi “lascia tutto” perché si affida completamente a Colui che chiama ad essere pescatori di uomini. Una chiamata che salva, che dona la gioia di una vita piena, che si mette al servizio dei fratelli e delle sorelle perché partecipino alla vita nuova che viene dal Vangelo.

Nel riflettere sul nostro ministero e sulla scelta di “lasciare tutto” per seguire il Signore raccogliamo l’invito di papa Leone nella sua recente Lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro”. Il papa afferma non solo che “ogni vocazione nella Chiesa nasce dall’incontro personale con Cristo”, ma ricorda anche la cura della sequela Christi: “Ogni pastore, infatti, prima ancora di dedicarsi alla guida del gregge, deve costantemente ricordare di essere egli stesso discepolo del Maestro, insieme ai fratelli e alle sorelle, perché “lungo tutta la vita si è sempre discepoli, con l’anelito costante di configurarsi a Cristo” (PO 8)”. Questa cura della sequela Christi deve fare i conti con il nostro contesto culturale che presenta elementi di crisi come quella della sfiducia nella Chiesa a causa degli abusi commessi da membri del clero, il divario economico e la mentalità dello scarto per chi è povero e debole, la fragilità e la sofferenza per il senso di solitudine e l’incapacità a liberarsi da uno stile di vita autoreferenziale a causa del narcisismo in crescita anche attraverso i social media, la paura del futuro e la ricerca di sicurezze con atteggiamenti di rigidità di difesa e ricerca di figure di potere e di potere. Un contesto culturale che condiziona tutti, anche il clero e le persone consacrate. Per questo diventa necessario “la formazione integrale che assicuri la crescita e la maturità umana dei candidati al presbiterato, insieme con una ricca e solida vita spirituale” (FGF 10).

Una solida vita spirituale che coltivi la sequela di Cristo “povero”, “che da ricco che era, si è fatto povero per noi”.

Una vita spirituale che coltivi la gioia, perché la povertà è una beatitudine (entrare nel mistero di Cristo); la sobrietà di chi è distaccato dai beni materiali, dal potere e dal denaro (niente diventi un’alternativa a Cristo); la condivisione fraterna con gli altri di ciò che si possiede (nel lasciare tutto c’è la scelta del dono di vita); il servizio dei poveri (è la missione di Cristo ed è l’incontro con Cristo).

Sono presenti in me questi tratti della sequela Christi?

 

  1. La povertà del celibato: amore senza possesso

Vorrei ora entrare con qualche accenno in tre forme di povertà che caratterizzano il nostro ministero ordinato. La prima forma è quella della scelta del celibato. Il celibato è una forma alta di povertà.

Mi ha molto colpito l’intervento recente del Vescovo mons. Luciano Monari, emerito della Diocesi di Brescia, che abbiamo invitato come FPC della Diocesi di Milano per parlare al Clero al termine dei tre anni dedicati alla educazione affettiva e sessuale. Un compito questo irrinunciabile su cui stiamo facendo molto fatica. Rivolgendosi ai preti (fascia over 75 anni) mons. Monari così diceva:

“La cosa fondamentale per noi è la scelta del celibato e il cammino di maturazione che comporta l’accettazione e la piena realizzazione di questa scelta. Questo implica un primo passo significativo, anche se forse non piccolo, che è il riconoscimento del celibato come una forma di povertà. La povertà implica la mancanza di qualcosa, una forma di rinuncia a un valore. Poiché il sesso è un’esperienza umana sana, forte e arricchente, che arricchisce una persona dal punto di vista dei sentimenti, delle relazioni e della conoscenza, il celibato implica la rinuncia a questa esperienza. Ma perché si può rinunciare a un valore autentico? Innanzitutto, perché è un valore vero, ma relativo. “Relativo” significa che appartiene al mondo, all’equilibrio della vita, e implica due cose. In primo luogo, non colma completamente l’orizzonte degli affetti e dei desideri umani. In secondo luogo, quando diciamo che la sessualità è relativa, intendiamo dire che deve essere riferita a qualcosa di più grande, di trascendente”.

Ritroviamo qui la stessa dinamica del lasciare tutto per essere pescatori di uomini, seguendo il Signore Gesù che ci chiama a condividere la sua passione per il regno di Dio. Per lui il Regno era così avvincente che tutte le sue energie psichiche e i suoi desideri erano essenzialmente centrati lì. Una passione di annuncio del Regno di Dio con tutta la nostra vita nel servizio (ministero) a una parrocchia, a una diocesi a una comunità cristiana. Una passione che non è rinuncia a generare vita, ma a generarla nella potenza stessa del Vangelo che annunciamo.

Belle sono le parole di papa Benedetto XVI. In una intervista così parlava del celibato sacerdotale: “rinuncio a ciò che per gli uomini non solo è l’aspetto più normale, ma il più importante. Rinuncio a generare io stesso vita dall’albero della vita, ad avere una terra in cui vivere e vivo con la fiducia che Dio è davvero la mia terra (Il salmo 16,5-6 dice: tu sei la mia parte di eredità e il mio calice, ti ho ricevuto in sorte, Dio è la mia terra) . Così rendo credibile anche agli altri che c’è un regno dei cieli.
Non solo con le parole, ma con questo tipo di esistenza sono testimone di Gesù Cristo e del Vangelo e gli metto così a disposizione la mia vita.

Il celibato ha dunque un significato contemporaneamente cristologico e apostolico. Non si tratta solo di risparmiare tempo – ho un po’ di tempo a disposizione perchè non sono un padre di famiglia – il che sarebbe troppo banale e pragmatico. Si tratta di un’esistenza che punta tutto sulla carta di Dio, e tralascia proprio quanto normalmente rende matura e promettente un’esistenza umana.
[Il celibato sacerdotale nelle risposte del card. Ratzinger a Peter Seewald nel libro-intervista “Il sale della terra” (1996)]

Non dimentichiamo questa scelta del celibato è un dono, che va riconosciuto, accolto, testimoniato. Un dono anche da custodire con la grazia di Dio e l’impegno responsabile per una maturazione affettiva e sessuale nell’esercizio del ministero. Quanto è importante imparare a custodirlo curando gli affetti, le amicizie, i sentimenti attraverso la cura reciproca tra preti, tra preti e laici, uomini e donne.

  1. La povertà della comunione, dell’obbedienza, della gratuità

C’è una povertà meno visibile ma altrettanto reale: quella della dedizione ecclesiale. Il ministro ordinato accetta di appartenere: a una diocesi concreta, a una comunità concreta, a un Vescovo concreto, a un presbiterio concreto. Riceve una comunità, una abitazione, un incarico. Accetta trasferimenti, cambiamenti, limiti. Questa è povertà: non decidere tutto, non trattenere tutto, non possedere nulla come proprio.

Riguardo alla destinazione, è importante richiamare il suo significato più profondo. Non è questione di trasloco e neppure di promozione e carriera, ma di risposta a una nuova chiamata del Signore: «Seguimi!». In essa risuona l’eco delle prime chiamate sul lago (cf. Vangelo secondo Marco 6,31), dove Gesù invita i suoi anche a «venire in disparte», a sostare, a ritrovare il senso del cammino.

Per questo il cambio di destinazione richiede cura nel discernimento da parte del Vescovo e dei suoi collaboratori, e chiede al presbitero e al diacono una motivazione spirituale profonda. La disponibilità a questo paziente lavoro esige povertà interiore: libertà da paure, da immagini di sé, da attaccamenti alla carriera, da relazioni che vincolano il cuore più del Vangelo.

In questi anni, per sostenere spiritualmente chi vive un cambiamento, è stato proposto un “Tempo in disparte”: tempo di riposo, di preghiera, di formazione. È un gesto semplice ma eloquente: prima di iniziare di nuovo, si torna a ricevere. Inoltre, nell’incontro tra il presbitero che conclude e quello che inizia il ministero in una parrocchia, alla presenza del Vicario episcopale di Zona, si vive un esercizio di consegna e di accoglienza. È un atto ecclesiale: rendere conto a un altro, ricevere da un altro un lavoro. Non si possiede una parrocchia; la si serve nel rispetto di ciò che si è ricevuto e che dovrà essere nuovamente consegnato.

Questa dinamica coinvolge anche la comunità cristiana. Al Consiglio Pastorale è chiesto di raccontare al nuovo parroco il cammino compiuto, perché si possa procedere insieme nella continuità e nella docilità ai passi che lo Spirito suggerisce. Consegna e accoglienza non sono semplici procedure organizzative: sono atti di comunione, esercizi di spogliazione evangelica.

In tutto questo si inserisce una dimensione decisiva: la gratuità. La Lettera Apostolica Dilexit Te richiama con forza questa verità (cf. n. 27): ciò che è all’origine della nostra vocazione non è il merito, ma l’amore preveniente di Dio. La liturgia è la scuola permanente di questa povertà. Presso l’altare nulla è nostro, tutto è ricevuto.

Il ministro povero è colui che celebra sapendo di non possedere nulla: né i sacramenti, né la comunità, né il proprio ministero.

Nella liturgia impariamo che tutto è dono: la Parola che ascoltiamo, il Pane che spezziamo, il popolo che ci è affidato. E ciò che è dono può essere consegnato. Solo chi non trattiene può davvero offrire. Solo chi riconosce di aver ricevuto può servire senza appropriarsi.

C’è anche l’esperienza di essere presbiteri nel presbiterio e non da soli, di vivere il ministero a servizio di una comunità chiamata alla missione, valorizzando i carismi per l’utilità comune, perché la Chiesa sia unita, libera e lieta. Rinunciare a una progettualità puramente personale per entrare in un cammino condiviso è forma alta di spogliazione per il Vangelo.

Non ci potrà essere cammino sinodale, né fraternità presbiterale, né comunione ecclesiale senza questa scelta radicale: appartenere a Cristo povero per dare vita. La povertà della comunione e dell’obbedienza, nutrita dalla gratuità celebrata nella liturgia, rende il cuore libero di seguire ancora, ogni volta, la voce del Maestro che dice: «Seguimi».

  1. La povertà dell’uso dei beni e la carità ecclesiale

Alla luce di Dilexit te di Papa Leone, il tema della povertà del clero va ricondotto al suo centro più vero: il cuore. Prima di essere una disciplina economica o una prassi amministrativa, la povertà è una questione teologale. “Ci ha amati”: è da questa esperienza che nasce la libertà del ministro. Se il nostro cuore si sa amato, non ha bisogno di garantirsi attraverso il possesso; se dimentica di essere amato, comincia a trattenere.

Il rapporto con il denaro – personale, parrocchiale, ecclesiale – diventa così uno specchio della nostra fede. Nel modo in cui usiamo i beni riveliamo come ci collochiamo davanti al futuro, quanto confidiamo nella Provvidenza, quale immagine di Chiesa stiamo offrendo. Le sicurezze che il ministero oggi garantisce – una casa dignitosa, un sostentamento stabile, una tutela sociale – sono un dono del popolo di Dio perché il pastore possa dedicarsi interamente alla missione. Diventano evangeliche solo se restano strumenti e non si trasformano in rifugio. Quando la paura della vecchiaia, della malattia o della dipendenza genera il bisogno di accumulare, la prudenza scivola nell’ansia e il cuore si appesantisce.

La povertà evangelica non è precarietà cercata, ma fiducia filiale. Non è miseria, ma libertà. È la scelta di non fondare la propria sicurezza su ciò che si possiede, ma sull’amore ricevuto e donato. Per questo una concezione consumistica della vita è incompatibile con la sequela del Signore: il ministro non è un impiegato del sacro, ma un uomo consegnato, chiamato a una sobrietà che sia credibile e visibile.

In questo senso la trasparenza amministrativa non è un dettaglio tecnico, ma una forma di carità ecclesiale. Bilanci chiari, correttezza fiscale, corresponsabilità nei Consigli, destinazione reale di risorse ai poveri e alle Chiese più fragili custodiscono la limpidezza della coscienza e la credibilità della comunità. Ma la trasparenza chiede anche al presbitero la disponibilità personale a rendere conto: spiegare con semplicità le scelte compiute, motivare l’uso dei beni, accettare il confronto, lasciarsi interrogare. La capacità di “dare ragione” dell’amministrazione non indebolisce l’autorità pastorale, la purifica e la rafforza. Sul rapporto con il denaro la Chiesa gioca molta della sua autorevolezza. Le parole di San Paolo agli anziani di Efeso restano un criterio permanente: «Non ho desiderato né argento né oro… Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,33-35). Non è ostentazione ascetica, ma testimonianza di una libertà conquistata.

Infine, la povertà del ministro si manifesta anche nel non essere il centro. Gestire i beni “insieme”, valorizzare il protagonismo dei laici, collaborare con la Caritas, costruire reti di solidarietà, evitare solitudini pastorali: tutto questo è espressione di una Chiesa che non concentra, ma condivide. La carità non si esercita da soli; è il corpo ecclesiale che si prende cura.

In definitiva, la povertà del clero è un decentramento del cuore: non trattenere per sé, non difendere spazi di sicurezza, non misurare il proprio valore dal controllo delle risorse. È appartenere a Cristo e servire una Chiesa che vive della gioia del dare. La domanda che rimane, per ciascuno di noi, è semplice e radicale: il nostro cuore è ancora libero?

  1. CONCLUSIONE

Giunti al termine di questa riflessione, può risuonare in noi la parola di Pietro: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19,27-30).

Non è un calcolo, non è una rivendicazione. È una verità detta con semplicità. Anche noi, vescovi, presbiteri, diaconi e religiosi, abbiamo lasciato: beni e sicurezze; affetti esclusivi nel celibato; progetti personali nell’obbedienza; luoghi e comunità amate; riconoscimenti e visibilità. Questa è la nostra povertà concreta, talvolta silenziosa, talvolta faticosa, ma reale.

E Gesù non smentisce Pietro. Non relativizza il lasciare. Lo conferma e lo trasfigura: «Riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Il centuplo non è un compenso materiale: è comunione. È la fraternità presbiterale che sostiene nelle prove. È una diocesi che diventa famiglia. Sono i poveri che diventano fratelli. È il cuore dilatato che scopre di non aver perso, ma di aver ricevuto di più.

La povertà evangelica è sempre promessa: non chiusura, ma apertura; non diminuzione, ma fecondità.

A ottocento anni dal dies natalis di San Francesco d’Assisi, la sua “Madonna Povertà” non è memoria nostalgica, ma domanda viva per noi. Siamo ancora uomini che hanno lasciato tutto? Oppure, lentamente e quasi senza accorgercene, abbiamo ricostruito piccole sicurezze interiori che ci rendono meno liberi?

Cristo povero continua a dire: «Seguimi». E la promessa resta. Una Chiesa povera — come ricorda Dilexit te di Papa Leone — non è una Chiesa fragile, ma una Chiesa più libera: libera di amare, libera di servire, libera di appartenere solo a Lui.

 

Domande per il lavoro di gruppo

Ecco cinque domande che riprendono i nuclei fondamentali della meditazione e possono favorire un confronto vero e concreto nei gruppi:

  1. Cristo povero come criterio del ministero

Alla luce della parola di Dilexit te e dell’annuncio paolino («da ricco che era si fece povero per voi»), in che modo il mio ministero è realmente configurato a Cristo che si svuota e si affida al Padre? Quali aspetti della mia vita pastorale hanno bisogno di essere riletti e purificati alla luce di Lui?

  1. “Lasciare tutto” oggi

Nel mio concreto esercizio del ministero, cosa significa oggi “lasciare tutto” per seguire il Signore (cf. Lc 5)? Ci sono attaccamenti — materiali, affettivi, pastorali o di ruolo — che limitano la mia libertà di discepolo e la fecondità della missione?

  1. Celibato come povertà feconda

Vivo il celibato come rinuncia sterile o come scelta di amore che dilata il cuore e lo rende disponibile al Regno? Quali attenzioni concrete (cura degli affetti, amicizie sane, fraternità presbiterale) mi aiutano a custodire questa povertà come dono e non come peso?

  1. Comunione, obbedienza e gratuità

Nelle dinamiche di appartenenza alla diocesi, al presbiterio e alla comunità, prevale in me la logica del possesso o quella della consegna? Come vivo i cambiamenti di incarico, il rendere conto, la corresponsabilità? La liturgia educa davvero il mio cuore alla gratuità?

  1. Uso dei beni e libertà del cuore

Il mio rapporto personale e pastorale con il denaro e con i beni ecclesiali è segno di fiducia nella Provvidenza e di carità verso i poveri? Sono disponibile alla trasparenza e a rendere conto con semplicità delle scelte compiute? Il mio cuore è libero o cerca sicurezza nel possesso? Sono vicino – prossimo al povero come fratello da servire con rispetto e gratuità?